Perchè un paese ci vuole……riflessione ad alta voce di un giovane Irpino

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Così diceva, quasi 70 anni fa, Cesare Pavese nel suo ultimo libro, scritto poco prima di suicidarsi. Il culmine della sua maturità letteraria e uno dei capolavori del Novecento italiano.

Pavese, in questo come in altri libri precedenti, esprime tutto il suo amore per la campagna, per la terra, per la natura, per i piccoli villaggi abitati da gente semplice e laboriosa, quei villaggi che facevano parte dell’Italia più bella.

L’Italia delle eccellenze enograstronomiche. L’Italia delle tradizioni secolari. L’Italia delle bellezze naturali e dei luoghi incontaminati. L’Italia della vita lenta e del dolce far niente.

Per Pavese, e per tutti quegli inguaribili romantici che ancora oggi vedono nell’Italia interna, ed interiore, tutta questa grande bellezza, l’Italia vera è questa qui. Lontana dai grandi centri pieni di luci e di gente, di traffico e di stress, di velocità e di indifferenza verso il prossimo. Lontana anche da una industrializzazione e da uno sviluppo selvaggi, che spesso arrecano più danni che benefici. Lontana da folle oceaniche di turisti alla ricerca disperata del solito banale selfie. Lontana da tutto quello che rappresenta il consumismo, lontana dallo sfruttamento delle risorse come se non ci fosse un domani, lontana dalla povertà di valori e di sentimenti.

Ecco, un paese ci vuole perchè in un paese, non in tutti, ma in molti si, riesci a trovare tutto questo. In un paese che senti tuo, perchè la dimensione è finalmente umana, riesci a riscoprire lo scorrere lento delle stagioni. In un paese a cui pensi di appartenere, il senso di comunità lo senti ogni giorno. In un paese che arrivi ad amare, col tempo ti affezioni a ogni singola pietra che lo compone.

Negli ultimi anni, ne siamo tutti a conoscenza, l’emigrazione dai paesi alle città è cresciuta esponenzialmente. E i dati dicono che in pochi decenni il 70% della popolazione mondiale abiterà nelle città. Perchè nelle città ci sono più opportunità, più servizi, più lavoro.

Si dice, quindi, che nelle grandi città la “qualità della vita” sia migliore rispetto ai piccoli paesi. Ma può chiamarsi qualità della vita spendere più della metà del proprio stipendio per vivere in un monolocale di 20 mq? Può chiamarsi qualità della vita respirare livelli altamente nocivi di diossina e di gas ogni giorno della propria vita? Può chiamarsi qualità della vita vivere nell’indifferenza verso l’altro e nell’isolamento? Io non penso. Evidentemente ci sono modi diversi di intendere la qualità della vita.

E i prossimi anni saranno cruciali, come specie, per decidere quale strada vogliamo imboccare. Se vogliamo continuare a sacrificare la salute in cambio di una discoteca in più. Se vogliamo continuare a vivere in spazi angusti e senza luce per poter comprare una maglia in più. Se vogliamo continuare a rinnegare il nostro rapporto simbiotico con la natura che ci circonda per avere più mezzi di trasporto con cui muoverci come trottole da una parte all’altra della metropoli.

Ma un paese ci vuole.

Perchè in un paese non si è mai soli, anche quando lo si è. Perchè in un paese, anche se non ci sei, sai che c’è qualcuno o qualcosa che ti aspetta. Perchè in un paese sai che tra quelle case e quelle strade, tra quei boschi e quei ruscelli, c’è qualcosa che ti appartiene.

Per sempre.

 

Stefano Carluccio

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