Sessantaquattro anni fa Vittorio De Sica vinse l’Oscar con “Ladri di biciclette”

Il 23 marzo del 1950 il Cinema italiano trionfa ad Hollywood: “Ladri di biciclette” vinse l’Oscar come miglior film straniero.

Ladri di biciclette è un film del 1948, diretto, prodotto e in parte sceneggiato da Vittorio De Sica. Girato con un’ampia partecipazione di attori non professionisti, è basato sull’omonimo romanzo, uscito due anni prima, di Luigi Bartolini, adattato al grande schermo da Cesare Zavattini. È tuttora considerato un classico del cinema ed è ritenuto uno dei massimi capolavori del Neoralismo cinematografico italiano. Quattro anni dopo la sua uscita, venne ritenuto il più grande film di tutti i tempi dalla rivista Sight e Sound.  Nel 1958 fu dichiarato il secondo miglior film di sempre alla Confrontation di Bruxelles, da una giuria internazionale di critici.

Ladri di biciclette è stato in seguito inserito nella lista dei 100 film italiani di sempre, che è nata con lo scopo di segnalare “100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978”.

È stato inoltre classificato nella quarta posizione ne “I 100 migliori film del cinema mondiale – I più grandi film non in lingua inglese” dalla rivista Empire.

Ecco la trama di questo capolavoro.

Roma, secondo dopoguerrra. Antonio Ricci, un disoccupato, trova lavoro come attacchino comunale. Per lavorare deve però possedere una bicicletta e la sua è impegnata al Monte di Pietà, per cui la moglie Maria è costretta a dare in pegno le lenzuola per riscattarla. Proprio il primo giorno di lavoro, mentre incolla maldestramente un manifesto cinematografico, la bicicletta gli viene rubata. Antonio rincorre il ladro, ma inutilmente.

Andato a denunciare il furto alla polizia, si rende conto che le forze dell’ordine per quel piccolo e frequente furto non potranno aiutarlo. Tornato a casa disperato e amareggiato, capisce che l’unica possibilità è mettersi lui stesso alla ricerca della bicicletta. Chiede quindi aiuto a un suo compagno di partito, che mobiliterà i suoi colleghi netturbini. All’alba, insieme al figlio Bruno, che lavora in distributore di benzina, e al compagno di partito, si recano a cercare la bici a Piazza Vittorio prima e a Porta Portese poi, dove tradizionalmente venivano rivenduti gli oggetti rubati.

Tuttavia non c’è niente da fare: la bicicletta, forse ormai smembrata nelle sue parti, non si trova. Per la disperazione Antonio si rivolgerà persino ad una “santona”, una sorta di veggente, che accoglie nella sua casa un’umanità varia, afflitta e disgraziata. Il responso sibillino della santona è quasi una presa in giro: «O la trovi subito o non la trovi più».

A Porta Portese un vecchio barbone viene visto da Antonio insieme al ladro, che subito si dilegua. Anche il vecchio vuole sfuggire a Ricci che lo segue fino a una mensa dei poveri, dove dame di carità della pia borghesia romana distribuiscono minestra e funzioni religiose agli affamati. Antonio costringe il barbone a rivelargli il recapito del ladro, ma è solo per caso che s’imbatte in lui in un rione malfamato, dove tutta la delinquenza locale sostiene il ladro minacciando la vittima del furto. Anche un “buon carabiniere” – figura tipica e popolare dell’autorità giusta e benevola – chiamato da Bruno, in mancanza di prove, non può fare alcunché per arrestare il colpevole.

Stravolti dalla stanchezza, Antonio e Bruno aspettano l’autobus per tornare a casa, quando Antonio vede una bicicletta incustodita e tenta maldestramente di rubarla. È subito fermato e aggredito dalla folla. Solo il pianto disperato di Bruno, che muove a pietà i presenti, gli eviterà il carcere. Il film si chiude con il mesto ritorno a casa dei due: Bruno stringe la mano al padre per consolarlo mentre su Roma scende la sera.

 

Enzo Staiola (Bruno)

 

 

Fonte: Wikipedia

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