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“Sulphur”: identità, radici, tradizioni. L’intervista all’autore Cesare Carpenito

“Sulphur”: identità, radici, tradizioni. L’intervista all’autore Cesare Carpenito

“Sulphur” è l’opera prima del giovane irpino Cesare Carpenito, è un romanzo di formazione, una miscela esplosiva di storia, mistero, folklore, leggende dal sapore mitico e popolare che celebra l’identità e l’attaccamento alle radici attraverso un’originale ed avvincente trama che si sviluppa in prosa e poesia.

Lo scenario, lo sfondo “paesano”, il “Borgo”, il “Palazzo”, la “Piazza”, il “Mulino”, la “Miniera”, “cuore pulsante” del romanzo, il “cerzone”, lo Stretto di Barba, ricreano l’immaginario tipico dei paesini dell’Irpinia con le sue tradizioni popolari. Viene rievocata anche la festa della Madonna dell’Annunziata, patrona del comune di Prata di Principato Ultra, col popolare rito del Volo degli Angeli, ed immancabili i “cunti dei vecchi antichi”.

L’eclettico autore Cesare Carpenito che invita a riscoprire le radici, a coltivare la nostra memoria collettiva e ad apprezzare la nostra storia, si racconta al “Giornale dell’Irpinia”.

Come mai hai scelto come titolo “Sulphur”? E il quadro in copertina?

Il titolo nasce dal profondo legame che lega i protagonisti alla loro terra e, in particolare, alla miniera di zolfo, che incarna il cuore pulsante di Borgo San Michele. Sfogliando le pagine del romanzo, ci si renderà conto di come la miniera, lo zolfo, rappresentino la metafora di un percorso interiore che i due protagonisti saranno chiamati ad assolvere.”

Il quadro di copertina è un lavoro di mia sorella Iris Carpenito, “Tramonti”: lo abbiamo scelto in quanto ben richiama gli scenari che fanno da sfondo alla trama e, soprattutto, il mito della Ripa Favella“.

“Sulphur” ricostruisce la storia personale di due ragazzi, ma anche il tessuto socio-economico e storico: un viaggio nell’Irpinia di un tempo, un viaggio dentro se stessi e i propri demoni?

Sicuramente il sostrato socio-culturale gioca un ruolo fondamentale, ma, come ben messo in luce dalla domanda, i veri protagonisti sono Enea e Ninetto, costretti a fare i conti con un destino inesorabile: si ritroveranno vittime inconsapevoli di una colpa che viene da lontano e dovranno diventare uomini troppo presto”.

La miniera a ridosso del fiume Sabato, vera ricchezza di Tufo e Altavilla Irpina, fa da sfondo al romanzo, ne scandisce i ritmi, ma è affiancata anche dalla natura, dalle feste patronali, dalla banda, dai fuochi d’artificio, dalla leggenda della Ripa Favella. Quanto i racconti dei tuoi nonni e le tue radici hanno inciso sulla trama?

L’apporto del nostro patrimonio culturale locale è stato fondamentale: non a caso ho deciso di dedicare Sulphur ai miei nonni. Tutti dovremmo portarci dentro il ricordo di ciò che siamo stati, per essere maggiormente consapevoli del nostro presente.

“Sulphur”: identità, radici, tradizioni. L’intervista all’autore Cesare Carpenito

Ogni capitolo è preceduto da una poesia: emozioni, sentimenti, valori, musicalità, che calano il lettore nell’“atmosfera” della narrazione che va a dipanarsi. Perché hai scelto questo tipo di stile espressivo?

Si tratta di una scelta abbastanza ardita nell’attuale panorama narrativo ed editoriale, ma, trattandosi del mio primo romanzo, ho voluto plasmarlo sul mio sentire più profondo e sincero. La poesia, ai miei occhi, resta un’impareggiabile chiave di lettura del mondo e del nostro essere.

In Sulphur affronti anche la questione delle donne nei paesini del Sud, assoggettate al volere di una mentalità e società maschilista: Annina la sartina, madre di Enea; Vesna, la zia di Ninetto; donna Annunziata, la madre di Fortuna, e come tutti i personaggi devono fare i conti con la colpa ed il destino. Come si intrecciano questi elementi e qual è il ruolo del destino?

Le donne diventano le vere figure cardine della storia, dimostrando una forza che le porta a superare le angherie di una società maschilista e patriarcale. Riflettere sulla condizione della donna della nostra terra del secolo scorso può condurci ad uno sguardo più complessivo riguardo alle attuali problematiche connesse alla dimensione femminile, sia in Italia che all’estero. Piuttosto che sconvolgerci vanamente, dovremmo comprendere dove e in cosa i rigurgiti della nostra mentalità contribuiscano al perpetrarsi di determinate drammatiche dinamiche”.

Quanto il legame con le proprie radici e le tradizioni popolari incidono sullo sviluppo e sul destino di un ragazzo, sulle nostre identità?

Fino a qualche decennio fa tale influsso era fortissimo: ognuno aveva una propria identità legata a filo doppio con un’identità territoriale e culturale specifica. Come brillantemente profetizzato da Pasolini nei suoi “Scritti Corsari”, tuttavia, il passaggio dalla civiltà contadina ad una civiltà industriale e, ad oggi, globalizzata, ha reso sempre più effimero tale influsso, tanto da sterilizzare fatalmente le nostre identità locali. Ovviamente, a mio avviso, ciò non è un bene…

Tanti sono i riferimenti letterari: Pavese, Marquez, Montale, Verga, Manzoni,  Lee Masters, l’Ulysses di Joyce con il flusso di coscienza, ma anche gli studi Lombroso. La formazione gioca un ruolo preponderante nella costruzione della propria personalità e visione di vita o influisce più l’ambiente in cui si cresce?

Formazione e ambiente contribuiscono, influenzandosi vicendevolmente, alla costruzione della nostra personalità: basta rifarsi alla “Ecological systems theory” del Bronfenbrenner per rendersi conto di quanto inscindibili siano questi due fattori nella nostra crescita individuale”.

“Sulphur” ti ha portato al Salone del Libro di Torino, sei in lizza per il Premio Letterario Massarosa, sei stato ospite di RTL, di tante altre webradio ed eventi, ma per te la scrittura cosa rappresenta?

I riconoscimenti che stanno accompagnando il mio romanzo sono sicuramente una bella soddisfazione: è innegabile che, nel momento in cui si pubblichi, si speri sempre di intercettare il favore del pubblico e della critica. Tuttavia, prima di ciò c’è un momento estremamente intimo: quello della scrittura vera e propria. Un momento di riflessione e autoanalisi, spesso anche molto forte, necessario a far emergere una storia e il sistema valoriale alla base di essa. Senza un messaggio, infatti, un romanzo è una scatola di parole vuota“.

Su Instagram ti diletti pubblicando haiku, una particolare forma di poesia di origine giapponese. Come nasce questa tua passione?

Ho scoperto da qualche anno il genere dell’haiku. Mi ha profondamente colpito la cura necessaria alla trasmissione di un’immagine e di un’emozione attraverso poche sillabe, racchiuse in tre versi. Fondamentale, inoltre, è il legame con la natura e lo scorrere delle stagioni, quale metafora della nostra esistenza. Scrivere un haiku significa affrontare un viaggio interiore ed esplicarlo alla luce del mondo che ci circonda e nel quale non possiamo che essere calati totalmente”.

Perché acquistare e leggere “Sulphur”?

Sulphur” (Edizioni Il Papavero) ci invita a una riflessione sulle nostre origini, ma, al contempo, ci porta a fare i conti con alcuni dei cardini della nostra società e, conseguentemente, della nostra vita, a livello atavico: le radici, la genitorialità, la sessualità, la violenza. L’ingenuità spezzata dei due protagonisti è specchio di una crescita necessaria per ognuno di noi, una crescita che ci costringe ad abbandonare la dimensione utopica dell’infanzia per accettare i canoni di una maturità spesso crudele. Sotto il profilo stilistico, si tratta di un’occasione per confrontarsi con una sintesi di poesia e prosa, in un percorso umano e letterario che ci condurrà a una nuova consapevolezza, pagina dopo pagina“.

Giovanna Di Troia

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